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SigMa III/2019  (scarica qui la versione in PDF)

Le forme e i giorni. Rappresentazioni del quotidiano nella letteratura, negli audio-visivi, nelle arti figurative e performative

numero monografico a cura di Giuseppe Episcopo e Marco Viscardi

A partire dalla lezione di Erich Auerbach la dimensione della quotidianità conosce unasignificativa trasformazione e una profonda revisione del proprio statuto letterario. Le strategie ermeneutiche a cui il filologo tedesco sottopone l’orizzonte della letteratura occidentale, inseguita con precisione d’analisi nei suoi dettagli concreti, risultano disancorare un millenario paradigma canonizzato dalla corrispondenza biunivoca tra genere e stile. In opposizione alla distinzione classica dei registri che al basso quotidiano non lasciava altro spazio che il sermo umilis, Auerbach deriva la lezione di realtà rappresentata dalla mescidanza dei domini che nell’espressione letteraria pertengono all’alto e al basso. La definizione di rappresentazione seria della quotidianità a cui Mimesis darà forma negli anni conclusivi della seconda guerra mondiale attribuisce al quotidiano una dimensione che trascende la sua immediatezza e in cui si giocano rapporti più ampi con la realtà.
Nel Novecento lo spazio del quotidiano s’impone come un ricchissimo territorio di indagini, interessato da diverse discipline e attraversato da differenti linee di ricerca: dalla letteratura alla sociologia, dalla filosofia del linguaggio all’antropologia, dalla teologia alla storia dell’arte. Così la dimensione della quotidianità diviene oggetto delle analisi di Erving Goffman sul dispiegarsi degli atti individuali su cui si reggono i rapporti sociali in La vita quotidiana come rappresentazione (1959); di quelle condotte da Michel de Certeau sulle relazioni che si stabiliscono tra le tattiche quotidiane e le strategie del potere in L’invenzione del quotidiano (1980); per tornare più indietro si pensi anche agli ultimi studi di Wittgenstein sul linguaggio ordinario raccolti in Ricerche filosofiche (1953). In pittura, la riflessione di Svetlana Alpers (Arte del descrivere. Scienza e pittura nel Seicento olandese, 1983) si sofferma sulla rivoluzione del linguaggio figurativo portata avanti dalla pittura olandese attraverso un’arte indirizzata al quotidiano, alla «descrizione del mondo osservato» – nature morte, interni – lungo una linea a cui si potrebbe accostare, per empatica continuità, la Russia di Čechov «con la sua noia, il suo sgomento, la sua inerzia sociale» di cui A.M. Ripellino sentiva vicina «la musica spenta della vita abituale». E poi il cinema: innanzitutto con il neorealismo, con Zavattini, la sua poetica del pedinamento e la valorizzazione dei tempi morti, che permettono al ritmo della vita di tutti i giorni di scardinare l’organizzazione funzionalista della diegesi tipica del cinema classico. Un dibattito, quello intorno al neorealismo, che prosegue ininterrotto da quasi settant’anni, ed ha funzionato da modello per altre innumerevoli pratiche filmiche, dal cinema d’autore degli anni ’60, con la sua interrogazione della matericità del quotidiano (Giorgio De Vincenti, Il concetto di modernità nel cinema, 1993) al World Cinema contemporaneo. Su un altro binario di riflessione, più recente, non si può non pensare all’amplissima ricerca della New Film History. Recuperando la lezione di teorici come Benjamin e Kracauer sull’intreccio tra media e quotidianità, si ripensa al cinema delle origini come possibile spazio per la creazione di una «sfera pubblica alternativa» (Miriam Hansen, Babele e Babilonia, 1991), e più in generale si ragione sul dispositivo cinematografico come strumento essenziale di «invenzione della vita moderna» (Leo Charney, Vanessa Schwartz, Cinema and the Invention of Modern Life, 1995).
Questo senza dimenticare l’esperienza italiana della macroanalisi storica (Carlo Ginzburg, Edoardo Grendi, Giovanni Levi), che nella collana «Microstorie» recitava programmaticamente: «È anche, ma non necessariamente, la storia dei piccoli e degli esclusi. È la storia di momenti, situazioni, persone che, indagati con occhio analitico, in ambito circoscritto, recuperano peso e colore. L’esame di contesti concreti nella loro complessità fa emergere nuove categorie interpretative, nuovi intrecci causali, nuovi terreni di indagine». Per tornare alla letteratura e alle questioni dello stile aggiungeremo: il capitolo Il secolo serio di Franco Moretti nel primo volume de Il Romanzo (2001), in cui i codici romanzeschi sono indagati a partire dai riempitivi e dall’ordinarietà della vita; e Lo stile semplice (1997) di Enrico Testa orientato a una profonda disamina dei rapporti che la forma letteraria per eccellenza intrattiene e con il linguaggio comune.

Da cosa è costituito allora il quotidiano? Qual è la sua forma? Quale il suo tempo rispetto ai più codicizzati tempo della festa e tempo del lavoro? Quali i suoi spazi, in bilico tra la dimensione privata e comunitaria? Quale la relazione del quotidiano con l’universale, tanto nella dimensione religiosa del «pane nostro quotidiano»? Sembra quasi un destino paradossale che il famoso incipit dedicato alla marchesa che usciva di casa alle cinque in punto, contro cui ispirati da Valéry tutta più di una generazione di avanguardie si era schierata, si trasformi nell’epopea della everyday life dell’Ulysses di Joyce, nel romanzo saggio di Musil L’uomo senza qualità, e apra spazi di epifanie. Così quella che era immersione nella noia e nella ripetizione, malinconicamente scandita dai verbi all’imperfetto del naturalismo, si apre alla trascendenza. Presenze mistiche oscuramente scrutano dietro alle cose: gli orologi di Dublino di Joyce, i paesaggi francesi di Proust, il mobilio dell’infanzia berlinese di Benjamin. Un secolo dopo, Sebald trasforma stazioni affollate nel luogo di transito fra vivi e morti (Austerlitz) e fa emergere dietro lo spento paesaggio dell’Inghilterra del nord profondità inaspettate (Gli anelli di Saturno). L’affollata ressa di impiegati stanchi che a tarda sera vanno affamati al supermercato si trasforma in superiore incontro con l’umanità dolente in una delle ultime pagine di Foster Wallace.
Sfruttando il rapporto profondo dei media a base fotografica con lo scorrere del tempo, le narrazioni audiovisive hanno parimenti riflettuto sul mistero che sta al fondo del quotidiano. Dal conflitto tra individualismo e spirito collettivo nella Folla di King Vidor alla lenta cadenza dei ritmi familiari del cinema di Ozu; dalla magia degli oggetti d’ogni giorno del Favoloso mondo di Amélie alla routine anonima come humus per il lavoro lirico nel Paterson di Jim Jarmusch, ispirato a William Carlos Williams; dall’immersione appassionata nel passato di serie tv come Mad Men alla rinascita contemporanea del documentario performativo, con le sue pratiche di messa in scena del sé. Con il mutare degli stili di regia, il cinema ha indagato e rievocato l’evolversi degli stili di vita, intrecciando ironia e intento analitico, attenzione fenomenologica e melanconia.
Cosa resta del quotidiano al tempo delle reti sociali, delle auto-rappresentazioni usa e getta, delle impietose traiettorie dei mi piace? Se anche la lingua francese, tradizionalmente una delle più refrattarie verso l’esterno, ha mutuato addirittura un verbo, liker, allora «notre vie serait likée»? E ancora, di fronte ad uno schermo, chi si mette a raccontare il suo quotidiano non tenta di dare una forma ai giorni, di circoscrivere l’indicibile e di renderlo presentabile
Quali meccanismi separano la rappresentazione della vita nelle nostre serie televisive di gran moda rispetto al tradizionale racconto delle soap, coi suoi tempi dilatati, con le trame che attraversano i decenni alternando le noie e i fastidi condivisi da tutti noi al grande repertorio melodrammatico delle agnizioni, delle fughe, delle tragedie intime e persino delle morti e delle resurrezioni?
Raccontare il giorno, dopo l’epica e la cronaca (a cui sono stati dedicati due Laboratori Malatestiani di cui sono apparsi già apparsi gli atti) consente di guardare alla sfera più intima, fatta di gesti consueti, abitudini e vizi che tramandano antiche ritualità, affettività anti-eroiche (talvolta persino anti-erotiche) ma persistenti, alle psicopatologie e ai divertissement delle visioni del mondo dentro gusci di noce. Alla luce di quanto detto, questo numero di «SigMa» intende proporre una verifica dei materiali, un’amalgama e un rimescolamento delle posizioni teoriche, e si propone di accogliere, attraverso una carrellata di personaggi anonimi, indagini di carattere inter artes sulla composizione della quotidianità.

 

Invitiamo coloro che volessero contribuire al volume a inviare entro il 30 novembre 2018 un abstract di 300 parole nella lingua in cui si intende consegnare il contributo e una breve nota bio-bibliografica all’indirizzo: sigma@sigismondomalatesta.it
Conferma dell’accettazione dell’intervento sarà comunicata entro il 31 dicembre 2018.

La consegna dell’articolo della lunghezza massima di 40.000 caratteri dovrà avvenire entro e non oltre il 31 maggio 2019.